L’autore si propone, con quest’opera, di studiare quali possano essere gli esiti di un esame della psicoanalisi e della micropsicoanalisi alla luce del pensiero sistemico.

Egli, pertanto, comincia nella prima parte del libro ad esporre una sintesi di quelle che sono state le idee guida e i rappresentanti più significativi e noti di questo nuovo paradigma filosofico-scientifico, che si è gradualmente affermato, nel corso del XX secolo, e che ha affiancato e ha messo in discussione quello meccanicistico cartesiano-newtoniano. Così, accanto alla presentazione delle nozioni fondamentali del pensiero sistemico – quali ad esempio quella di spostamento dell’attenzione dagli oggetti, intesi come entità isolate, alle loro relazioni, o quelle di “proprietà emergenti”, di “auto-organizzazione”, di “processo”, di “contesto” e di “retroazione” – vengono brevemente illustrate la cibernetica, la teoria dell’autopoiesi di Maturana e Varela, quella delle strutture dissipative di Ilya Prigogine e la matematica della complessità con la geometria frattale di Mandelbrot.
 
  Dopo questo lavoro introduttivo, l’autore cerca un approfondimento dei presupposti filosofici – dualismo e realismo ingenuo, da un lato, e rappresentazionalismo dall’altro – che sono alla base delle costruzioni teoriche della psicoanalisi freudiana, evidenziandone l’ormai nota matrice meccanicistica cartesiano-newtoniana. Una concezione sistemica che proponga un diverso paradigma non può, ad esempio, non mettere in discussione la teoria freudiana dell’inconscio. Questa prima conseguenza di carattere metapsicologico, ha però anche delle conseguenze sul piano della teoria della clinica, il cui momento “tecnologico” – le libere associazioni – rimane, tuttavia, valido.

La seconda parte è dedicata allo studio dei riflessi che sul momento clinico della psicoanalisi possono aversi a seguito di un approccio di tipo sistemico. L’adozione, in particolare, della teoria delle strutture dissipative di Prigogine, allo scopo di spiegare il processo della seduta psicoanalitica – cosa del resto avviata in Francia anche dai coniugi Pragier – consente l’utilizzo di concetti esplicativi, quali quelli di “stabilità lontana dall’equilibrio”, di “amplificazione”, di “ciclo catalitico” e di “punto di biforcazione”, forniti dalla teoria stessa. Grazie al ricorso a questa teoria, l’autore cerca innanzi tutto una formalizzazione della seduta stessa, facendo ricorso al modello delle reti binarie. In secondo luogo, egli ritiene che debba essere riconsiderato il ruolo e la funzione dello psicoanalista: non più ermeneuta, bensì custode, quasi “vestale”, delle regole di coesione che sostengono il sistema-seduta. L’autore ritiene, infine, che la teoria delle strutture dissipative possa fornire la premessa fondamentale che garantisce scientificamente (deduttivamente) quelle trasformazioni strutturali che cerca la psicoanalisi.

La revisione della psicoanalisi alla luce del pensiero sistemico apre e giustifica, infine, delle prospettive nuove, che Fanti con la micropsicoanalisi aveva già intravvisto e che ha tentato di indicare attraverso la formulazione del suo modello energetico del vuoto e l’invenzione della seduta lunga. Tali prospettive sono indicate esplicitamente dall’autore nell’ultimo capitolo. Esse, in primo luogo, sono rappresentate dalla possibilità – sostenuta dalla teoria di Prigogine – di un proficuo accostamento e di un reciproco confronto fra la clinica psicoanalitica, soprattutto quella micropsicoanalitica, da un lato, e certe forme di meditazione di ispirazione buddhistica. Tali prospettive permettono all’autore di affermare che psicoanalisi e micropsicoanalisi possono essere considerate, anch’esse, come due forme particolari di meditazione, aventi, come metodo distintivo, quello delle libere associazioni.

L’autore, che ha esperienza di micropsicoanalista e conosce le potenzialità delle innovazioni tecniche introdotte da Fanti, conclude il proprio lavoro ritenendo che la micropsicoanalisi debba però ripensare e riformulare la propria idea di vuoto, in vista di quell’incontro “planetario” che Fanti ha perseguito nella e con la sua vita. Questo ripensamento deve svilupparsi in direzione del senso buddhistico della vacuità (sunyata) – come cioè assenza di esistenza intrinseca – permettendo alla micropsicoanalisi di andare “oltre”, verso quell’esperienza della compassione (karuna) che è il punto di approdo della clinica e della spiritualità buddhistica.
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